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sabato 24 agosto 2013


La Settimana confuciana                              24 agosto 2013

 
Jinxin

 L’ultimo dei sette libri del Mengzi s’intitola Jinxin (盡心).

Jinxin e’ anche una parola chiave del pensiero di Mencio. Ultimamente sono riuscito a capire bene che cosa significa.

Jinxin si puo’ tradurre con “approfondire al massimo la mente-cuore”. Ma non si deve intendere come un lavoro intellettuale filosofico di conoscenza teorica. Qualche volta io l’ho tradotto con “sviluppare al massimo”, che e’ piu’ concreto.

Si comprende meglio l’idea di che s’intenda con “approfondire al massimo” o “sviluppare al massimo” se si accosta a un altro concetto base di Mencio che e’ quello di estendere (tui ) la mente-cuore.

Nella visione di Mencio la coltivazione morale e’ un lavoro di una vita per trasformare il proprio io: la mente ha gli impulsi al bene, li scopre e li estende il piu’ possibile a tutti i momenti e le espressioni della vita quotidiana. E cosi’ la persona ne viene trasformata. Quello che viene trasformato non e’ semplicemente lo xin (mente-cuore), ma anche e soprattutto il corpo, che e’ quello che realizza in pratica le trasformazioni della mente. Il corpo a sua volta non e’ mai visto isolato, ma legato alla famiglia, la famiglia alla societa’ e la societa’ di uno stato a tutto il mondo.

Ecco allora che in proiezione discendente jinxin indica tutto il processo di automiglioramente dal cuore al corpo alla societa’ e a tutta l’umanita’. L’automiglioramento e’ un processo psicologico individuale, ma con una proiezione esteriore di ordine politico.

Tenere poi presente che la mente-cuore e’ il luogo dove si manifesta la natura tendente al bene, cioe’ i quattro germogli. La quale natura a sua volta proviene dal Cielo, e’ un dono del Cielo. Quindi in proiezione ascendente jinxin fa pensare alla natura umana tendente al bene e in ultima analisi al Cielo dal quale la natura proviene.

Ecco allora la trafila completa:
 
Cielo (tian) – natura (xing) – mente-cuore (xin) – corpo (shen) – famiglia (jia) – stato (guo) – mondo (tianxia)
 
In un’espressione come jinxin e’ compresa tutta la dottrina etica e antropologica di Mencio.

venerdì 16 agosto 2013


La Settimana confuciana                      15 agosto 2013

 

Du Weiming (2)

        Qualche settimana fa ho gia’ presentato brevemente Du Weiming – il piu’ noto dei nuovi confuciani odierni -. Si puo’ trovare una presentazione piu’ dettagliata del personaggio e delle sue idee nel mio libro sui Nuovi Confuciani. Vedere il sito:


Ma le informazioni del mio libro risalgono a una decina di anni fa. Interessa forse sapere quali sono le sue idee attuali. Le ho trovate in un’intervista che Du Weiming ha rilasciato al Financial Times di Londra il 28 gennaio 2013.

Du Weiming attualmente vive a Beijing, e per forza deve avere trovato un modus vivendi nei confronti del governo. La sua posizione e’ di accettare lo status quo politico cercando di influire dall’interno sulla cultura della nazione. Accenno a un paio delle sue vedute.

Nella sua lunga carriera di propagandista del confucianesimo Du Weiming ha sempre lavorato al dialogo con le altre culture e religioni del mondo. Anche in questo caso lui punta al dialogo. Secondo lui il momento in Cina e’ molto favorevole, preparato da tre ondate di nuove idee che ci sono state in Cina negli ultimi decenni: una e’ stata il diffondersi delle idee del liberalismo (l’ideale di liberta’) avvenuto al seguito e come base della liberalizzazione dell’economia lanciata da Deng Xiaoping. Poi con l’esagerato arricchimento di pochi e la poverta’ estrema di molti, ci fu l’ondata di rilancio degli ideali socialisti (eguaglianza economica), incrementata negli ultimi anni da Hu Jintao con il lancio dell’ideale della societa’ armoniosa (hexie shehui). La terza ondata e’ stata la rinascita del confucianesimo ormai sempre piu’ evidente. La conclusione di Du Weiming e’ che per la Cina di oggi l’ideale e’: per la cultura accettare il confucianesimo, per l’economia seguire il socialismo e per la politica il liberalismo. Attualmente lui lavora non poco al dialogo con il marxismo, che secondo lui e’ un fenomeno mondiale, dato che esiste quello cinese, ma anche quello russo e quello europeo.

Nei confronti dei sostenitori del confucianesimo politico, tipo Jiang Qing, Du Weiming dice di nutrire ammirazione perche’ contribuiscono ad arricchire il pensiero confuciano. Tuttavia li mette in guardia dal divenire una forma di fondamentalismo, perche’ allora sarebbero controproducenti per il futuro del confucianesimo.

Interessante anche la nuova formulazione che Du Weiming ha dato delle tre epoche. Da sempre lui descrive l’evoluzione storica del confucianesimo come suddivisa in tre epoche: il confucianesimo delle origini, il neoconfucianesimo Song-Ming, il nuovo confucianesimo contemporaneo. Ora queste tre epoche le descrive in termini missionari: nella prima epoca il confucianesimo e’ uscito dal piccolo stato di Lu dove era vissuto Confucio ed e’ andato verso gli altri stati della Cina. Nella seconda epoca (Song-Ming) il confucianesimo e’ andato verso i paesi dell’Estremo Oriente. Infine si ha il confucianesimo della terza epoca, quello contemporaneo, che sta andando verso tutto il mondo. Questo sicuramente e’ vero particolarmente per lui, che da decenni non fa che viaggiare da un capo all’altro del globo a parlare del confucianesimo.

venerdì 26 luglio 2013


La Settimana confuciana                                                               25 luglio 2013

                                                   Una scintilla del divino

Senza accorgermi, a causa di viaggi e cose varie, questa volta una settimana e’ diventata un mese.
Il mio interesse predominante e’ sempre quello; di cercare un dialogo fra cristianesimo e confucianesimo.
Una riflessione che sto facendo e’ questa: a prima vista fra confucianesimo e cristianesimo c’e’ totale opposizione. Il cristianesimo e’ basato sull’incarnazione di Cristo. Dio si fa uomo. Nel confucianesimo non c’e’ nulla di tutto questo; nulla che vi si avvicini. Il confucianesimo non accetta mediazioni. L’uomo si deve salvare da se’, con quello che fa.
Ma non bisogna precludere un dialogo gia’ in partenza. La cosa e’ possibile approfondirla. Si puo’ considerare l’incarnazione di Dio che avviene in ogni uomo, non solo in Gesu’ Cristo. Il confucianesimo evidenzia molto la grandezza dell’essere uomo. Ma anche nella bibbia si dice che Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza. E il salmo 8 non dice anch’esso:”Li hai fatti di poco inferiori agli elohim”? Molte traduzioni rendono con “li hai fatti di poco inferiori agli angeli”, ma il testo originale biblico qui non parlava di angeli, parla di elohim (le divinita’?!).
In questa logica si puo’ argomentare che un po’ di incarnazione l’abbiamo tutti; Cristo e’ un prototipo, e’ il fratello maggiore, la primizia. Questo discorso potrebbe piacere a un confuciano.
Una delle cose notevoli del confucianesimo, che merita di essere approfondita e comparata con il cristianesimo, dato che potrebbe arricchirlo, o meglio far scoprire cose che c’erano nel cristianesimo ma non erano state messe in luce, e’ la conoscenza di Dio raggiunta attraverso la propria coltivazione morale. Basti una citazione da Mencio:
Colui che coltiva al massimo la sua mente e il suo cuore, arriva a conoscere la propria natura. Colui che conosce la propria natura, conosce il Cielo. (7A1)
 

mercoledì 26 giugno 2013


La Settimana confuciana                                        26 giugno 2013
Due sinologi a confronto
 
Da anni è in corso un dibattito di pubblicazioni fra due filosofi francofoni e i loro sostenitori. Si tratta del francese François Jullien e dello svizzero François Billeter, due provetti sinologi. François Jullien nei suoi numerosi libri ha continuato a sostenere l’idea della estrema originalità della cultura cinese. Per lui la Cina è il totalmente altro, e per di più risulta non solo al di là, ma addirittura al di sopra dei nostri orizzonti culturali. Billeter scrive confutando questa teoria e sostenendo che Jullien ha frainteso la cultura cinese, che in realtà non è così diversa, dato che esistono degli universali sociali e filosofici, da cui neanche la Cina può esonerarsi.
La mia opinione è che, come sempre, in medio stat virtus. Da una parte mi alletta la visione della tremenda originalità della cultura cinese, sviluppatasi autonoma al di fuori dei paradigmi occidentali. Guardando la storia della nostra filosofia dal di fuori, e cioè attraverso gli occhiali del pensiero cinese, si è tremendamente avvantaggiati a vedere i limiti e i pregi della nostra cultura. È quindi immensamente meritevole studiare - come auspicato da François Jullien - la cultura cinese. Dall’altra parte ritengo che la singolarità e unicità di questa cultura non debba essere assolutizzata. La ragione principale è che merita credito anche l’assunto (degnità) di Giambattista Vico quando afferma:
È necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniformemente intenda la sostanza delle cose agibili nell’umana vita socievole, e la spieghi con tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possan aver esse cose. (Scienza Nuova, I, 2, xxii)
In secondo luogo occorre notare che l’isolamento della Cina rispetto all’Europa non è stato mai totale. Rapporti sia pure sporadici dovevano esserci stati già in epoche remote. Fra i reperti del museo di Orvieto ci sono degli specchi di bronzo ritrovati in una tomba etrusca del V secolo av. C. stranamente identici agli specchi cinesi della stessa epoca. Ai tempi dell’Impero Romano, sotto gli Antonini era già in funzione una doppia via della seta (via terra e via mare) con scambi di merci e ovviamente anche di idee.
In seguito la Cina ha subito un’invasione culturale massiccia dall’India (buddismo). La struttura mentale degli indiani non è poi totalmente diversa da quella europea, visto che le lingue indoeuropee hanno tanto in comune. Per non parlare poi di un lungo periodo di interscambio dei cinesi con gli arabi, proprio nei secoli del massimo fulgore della civiltà islamica. In quei secoli il nostro mondo ricevette dagli arabi la bussola, lo zucchero, il riso, la carta, la polvere da sparo, la filosofia aristotelica e tante altre cose, alcune delle quali provenivano dalla Cina. Si può legittimamente supporre che la stessa vivacità di scambi sia avvenuta attraverso la mediazione degli arabi anche nell’altro senso, cioè dall’Europa alla Cina. Viene allora naturale pensare che - come d’altronde avvenne sotto la dinastia Tang per il cristianesimo monastico siriano (cosiddetto nestoriano) - se i cinesi non assorbirono dagli arabi più di tanto, non è perché non sapevano, ma perché non ritenevano tanto importante o valido quanto veniva proposto.

martedì 18 giugno 2013


La Settimana Confuciana                           18 giugno 2013

Du Weiming

Du Weiming (altra grafia: Tu Wei-Ming) è il filosofo confuciano attualmente più in vista nel mondo. È nato a Kunming nel 1940. A 9 anni al seguito della famiglia si è rifugiato a Taiwan, dove ha ricevuto la sua educazione fino all’università (laurea in filosofia presso la Donghai University di Taichung, 1961). Grazie ad una borsa di studio ha poi proseguito gli studi negli Stati Uniti, conseguendo il Ph.D. in filosofia dalla Harvard University (1968).
In seguito Du ha intrapreso la carriera di docente, prima a Princeton e Berkeley, poi (dal 1981) a Harvard, dove ha insegnato fino alla pensione (2010). Negli ultimi tre anni Du Weiming non si è concesso riposo. Ha continuato – sia pure a ritmo un po’ meno serrato – i suoi viaggi di conferenze e di propaganda per le dottrine confuciane in ogni parte del mondo, e si è trasferito come docente di filosofia all’università Beida di Beijing, evidentemente per poter realizzare qualche suo progetto particolare. Infatti ha subito fondato un istituto per gli studi umanistici (IAHS: Institute of Advanced Humanistic Studies), che lui dirige, diviso in quattro settori di ricerca e in contatto con tanti studiosi e centri di ricerca di tutti gli angoli del globo.
Sempre all’interno dell’università Beida a Beijing esiste un altro ente, il WEIB: World Ethics Institute of Beijing. Questo centro è dovuto al rapporto di amicizia esistente da anni fra la Beida e l’università tedesca di Tuebingen. Il 18 aprile 2012 venne inaugurato a Tuebingen (con sede nell’università) il WEIT (World Ethics Institute of Tuebingen). In tale occasione fu invitata a partecipare una delegazione della Beida, con a capo il rettore. In tale circostanza venne deciso di fondare a Beijing un centro gemello similare di studi etici, ed effettivamente venne fondato l'ottobre seguente all’interno della Beida, mettendovi a capo come direttore Du Weiming.
Il teologo svizzero Hans Kueng già nel 1993 al convegno mondiale delle religioni a Chicago (World Parliament of Religions) aveva lanciato il progetto di costruire un’etica che andasse bene per tutte le religioni e le culture (World Ethics), e da allora ha portato avanti questo progetto, trovando nei filosofi confuciani dei ferventi collaboratori.I due centri portano avanti il sogno di Hans Kueng, con la differenza che il centro di Tuebingen s’interessa di etica globale, mentre il centro di Beijing è previsto che si interessi in particolar modo dell’etica economica in una prospettiva globale, cioè a vantaggio di tutto il mondo.
Du Weiming ha scritto una trentina di libri e oltre 150 articoli in cinese e in inglese. Particolarmente importanti sono stati i suoi ripetuti soggiorni in Cina nel decenno 1980-90, durante i quali, con la sua partecipazione a dibattiti e conferenze nelle principali università del paese, è riuscito a riavviare gli studi sul confucianesimo dopo trentanni d’interruzione.
Du Weiming ha messo in luce che il confucianesimo rappresenta un umanesimo onnicomprensivo. Si tratta di un umanesimo molto diverso dal tipo di umanesimo in voga nel mondo occidentale, contrapposto alla natura e opposto a Dio. L’umanesimo confuciano sottolinea l’unione fra il Cielo e gli esseri umani e l’essenziale unità di tutti gli esseri fra di loro. È un umanesimo che non fugge dal mondo, anzi è orientato al mondo e richiede di partecipare alla vita politica, anche se il confuciano ideale (il junzi) non è un servitore cieco dello stato, ma è dotato di un forte spirito di critica e attraverso i suoi ideali etici si adopera per trasformare la realtà politica attuale.
Per propagandare il pensiero politico confuciano in lingua inglese, Du Weiming ha anche coniato l’appellativo di comunità fiduciaria (fiduciary community). La società nella visione confuciana è una comunità animata da un comune ideale, che è l’automiglioramento morale di ciascun individuo membro. Questa non è una sua invenzione; ma è merito suo aver messo bene in luce quanto nei detti di Confucio (e di Mencio, Xunzi, eccetera) viene ribadito ad ogni passo.
L’indirizzo del sito (inglese e cinese) di Du Weiming è questo:

giovedì 6 giugno 2013


La Settimana Confuciana                             6 giugno 2013

         Kant in Cina

Kant ha fatto molta fortuna in Cina. Dopo l’incontro o scontro culturale fra la Cina e il mondo occidentale avvenuto verso la fine del secolo XIX, Kant è divenuto oggetto frequente di studio. I pensatori cinesi hanno avuto una particolare predilezione per Kant, sia quelli di tendenza occidentalizzante che i buddisti e i confuciani.
        Uno dei nuovi confuciani più in vista è indubbiamente Mou Zongsan (1909-1995). E lui è anche tra i confuciani il più sincero ammiratore di Kant. Ai suoi occhi Kant rappresenta il meglio del pensiero dell’Occidente, quindi è il più indicato, anzi l’unico che possa servire da ponte per il dialogo ideale fra Est e Ovest. Mou Zongsan definisce Kant “il Confucio dell’Occidente”. Mou Zongsan ha speso decenni a tradurre le tre critiche di Kant, una traduzione che è insieme approfondimento filosofico ed elaborazione di una propria metafisica in conversazione con Kant.
Secondo Mou Zongsan, Kant è arrivato molto vicino al confucianesimo, e il pensiero confuciano è esattamente il completamento ideologico della filosofia di Kant. Kant si è arenato sul problema dell’inconoscibilità del noumeno, ritenendo che una tale conoscenza appartiene solo a Dio. Per Kant l’esistenza del noumeno si riduce solamente ad un postulato della ragion pratica. Invece per le tre filosofie cinesi l’essere umano possiede dentro se stesso l’intuizione trascendentale. mentre secondo Mou Zongsan la filosofia cinese è riuscita ad andare oltre, a penetrare nella conoscenza del noumeno: i buddisti e i daoisti dal lato negativo, i confuciani dal lato positivo. L’intuizione trascendentale è la capacità dell’essere umano finito di intuire il Dao infinito, di penetrare nel mistero ineffabile dell’assoluto.  
Anche se non del tutto convincente, la teoria di Mou Zongsan è intellettualmente stimolante e aiuta non poco la mente di noi occidentali ad afferrare l’idea centrale dell’etica confuciana: una percezione o convinzione o intuizione interiore concepita come strutturale nell’essere umano in quanto tale. Questa a sua volta funge da fondamento non solo dell’etica confuciana, ma di tutta la loro filosofia.

lunedì 20 maggio 2013


La Settimana confuciana                    20 maggio 2013

Ideologia del passato o del futuro?

Da un secolo in qua il confucianesimo ha avuto la vita dura. Per varie ragioni storiche la Cina si trovò tutt’altro che pronta all’incontro/scontro con il mondo occidentale. Era in un momento di estrema debolezza. La conseguenza fu che per vari decenni vivacchiò da paese semicoloniale. La colpa venne attribuita al suo retaggio culturale, cioè al confucianesimo.
Il Giappone da sempre si era rivolto alla Cina come alla fonte della propria cultura e al modello delle proprie istituzioni. Quando le corazzate statunitensi vi arrivarono e i giapponesi si resero conto della propria inferiorità tecnologica e militare, da ammiratori e seguaci della cultura cinese divennero seguaci della cultura occidentale e ammiratori del modello anglosassone. Ci fu un rigetto anche del confucianesimo, visto come superato, per riprenderlo pochi decenni dopo come codice etico, ristrutturato però e adattato ad un regime assoluto e militarista. La seconda guerra mondiale si concluse con la sconfitta non solo del Giappone, ma anche del regime militarista e dell’ideologia confuciana.
Con l’avvento in Cina del maoismo, il confucianesimo visse i suoi anni più brutti, ostracizzato come il nemico numero uno della nazione e della razza cinese. Finita la Rivoluzione Culturale, la situazione andò lentamente migliorando. Oggi si parla di un confucianesimo in ripresa, anche se la ripresa pare sia orchestrata dall’alto, cioè tenuta in modo da non creare disguidi alla vita politica e culturale del socialismo (o capitalismo) dalle caratteristiche cinesi.
Se parli con un confuciano, trovi una grande fiducia nel futuro. Il fardello delle critiche che da oltre un secolo sono state dirette al confucianesimo non lo spaventa. Lui ti risponderà: il confucianesimo avrà un futuro, anzi è un’ideologia per il futuro. Due millenni di storia certo pesano, ma il confuciano ti dirà: gli ideali confuciani non sono mai stati realizzati in pieno. Ad esempio, dal punto di vista politico è più che evidente che il regime imperiale era di stampo legista, non confuciano. Quindi c’è ancora molto spazio di azione per chi voglia darsi da fare a costruire una società di stampo confuciano.

venerdì 3 maggio 2013


La settimana confuciana                                      3 maggio 2013

Il confucianesimo dei nuovi confuciani si concentra sul dialogo con la filosofia occidentale. Li vedi sempre alle prese con Kant, Hegel, Platone, Aristotele, Bergson, Marx, eccetera. Ma il confucianesimo nel suo insieme è sicuramente anche una religione, che ha il suo centro nel culto a tre obiettivi ben determinati:
 
Il Cielo, sempre presente in modo esplicito o implicito nei loro discorsi, a cominciare dai classici e dai detti di Confucio e di Mencio. Un Cielo che è visto come l’origine di tutto e anche dell’umanità, che ha un programma sugli esseri umani ed è custode dei valori e giudice. Un Cielo che perfino trova il modo di rivelarsi, attraverso i fenomeni naturali, la saggezza di certe persone speciali e la volontà popolare.
Gli Antenati: sono la fonte della vita di una persona. Il debito a questi è inestinguibile. Loro vegliano sui propri discendenti, li proteggono e li sorvegliano insieme con il Cielo.
I Santi e gli Eroi benefattori dell’umanità.
 
Alcuni anni fa ho fatto qualche ricerca sugli antenati e sono venuto a conoscere bene una figura simpatica di antenato della cultura cinese, e insieme di eroe/benefattore dell’umanità, noto con il nome di Shennong. Oggi ho postato un articolo scritto allora (in inglese), dove presento questa figura delle origini. Uno dei primissimi antenati dei cinesi, il Divino Agricoltore (questo è il significato di Shennong) sarebbe stato l’inventore della coltivazione del grano, e anche di svariate altre cose utili alla vita e alla convivenza umana, come i recipienti di ceramica e i mercati per lo scambio delle merci.
 
Le leggende che lo riguardano sono assai numerose. La mitologia cinese è una fonte molto ricca e poco studiata di nozioni, non necessariamente di valore storico (dato che le leggende si moltiplicano con il passare dei secoli), ma di valore culturale. Shennong era preoccupato per la salute dei suoi sudditi (forse meglio dire: della sua tribù) e per rimediare alle malattie che li affliggevano andava in giro sui monti a cercare erbe medicinali. Fu quindi anche l’inventore dei medicinali. I veleni e gli antidoti alle malattie li provava anzitutto su se’ stesso. Alla fine morì proprio avvelenato da una di queste sostanze.
 
Ci sono non pochi templi in Cina e a Taiwan e altrove a lui dedicati. Le statue di Shennong sono facilmente riconoscibili. Un re orientale – seduto sul suo trono – ma a torso nudo e la pancia nera gonfia, a ricordare che morì avvelenato. Indossa solo una piccola gonna di foglie, ad indicare che visse prima dell’invenzione dei tessuti. Tiene in mano un piccolo fascio di spighe mature. Sulla testa gli spuntano due corna, di cui si danno diverse spiegazioni, la più comune è che Shennong sarebbe simbolo o capo di una tribù primitiva della Cina del nord, che aveva come totem un bufalo. Tale tribù poi si sarebbe spostata più a sud, nei dintorni del Fiume Azzurro, e avrebbe cominciato a vivere di agricoltura.
 

Statua di Shennong nel tempio a lui dedicato a Tianmu, Taipei, Taiwan.


 
 
Statua di Shenong all'aperto. Alta oltre 6 metri, si trova nella campagna di Xinwu, Taiwan.
 
 
 

mercoledì 17 aprile 2013


Settimana Confuciana                 17 aprile 2013

        Esiste a Beijing un’associazione che si chiama ICA (International Confucian Association). Il nome completo è: International United Association for Confucian Sudies (Guoji ruxue lianhehui). Venne fondata nel 1994, un anno che segna una pietra miliare nella rinascita del confucianesimo in Cina. Per l’apertura dell’associazione si tenne un congresso mondiale, memorabile per la rosa di partecipanti illustri. Oltre ai più noti studiosi cinesi, personalità come Zhang Dainian e Tang Yijie, c’era il giapponese Shimada Kenji, vari coreani, gli americani W. Theodore de Bary, Du Weiming e Cheng Zhongying e anche alcuni rappresentanti della sinologia europea. Fra i consulenti onorari, l’associazione aveva Ren Jiyu, Tang Yijie, Yang Disheng e Pang Pu.
L’associazione pubblica anche una rivista di studio: Guoji ruxue yanjiu jikan (International Research on Confucianism). Il presidente attuale è Ye Xuanping, figlio di Ye Jianying e ex governatore del Guangdong. Una figura politica, il che fa capire come questo ente abbia qualche legame con il governo centrale di Beijing. Il legame richiede ovviamente che almeno a parole venga sostenuta la linea politica ufficiale del governo centrale; per il resto, l’associazione è attiva e solida come fondi disponibili per le sue attività.
L’indirizzo del suo sito (lanciato nel 1999, molto fornito di articoli di studio e notizie sugli studiosi confuciani) è il seguente:
www.ica.org.cn (International Confucian Network)
L’associazione riunisce numerosi studiosi di fama, non solo cinesi, ma anche giapponesi, coreani e di altre nazioni. Serve anche da polo, dove convergono e possono organizzare insieme delle attività, numerose altre associazioni di studi confuciani esistenti in Cina come in Hong Kong, Singapore, Malesia, Corea, Giappone, Stati Uniti, Germania e altrove.
Il sito dice di avere (a scelta) anche l'inglese. Purtroppo io non sono riuscito ad aprire il sito inglese (se esiste).

sabato 6 aprile 2013

La settimana confuciana                     6 aprile 2013
Oggi ho postato nel blog un articolo che ho scritto diversi anni fa, ma che ha la sua utilità. Presenta in pochi paragrafi chi sono i nuovi confuciani. Siccome si tratta di un movimento filosofico ormai abbastanza noto, che si sente nominare spesso quando si parla della Cina, desidero dare modo di capire di chi si sta parlando.
Possiamo dire che il panorama culturale della Cina attuale è caratterizzato da tre aree principali: i neomaoisti, che hanno idealizzato l’epopea di Mao e vorrebbero continuarla e riviverla; poi i neoliberali, di tendenza occidentalizzante, e terzi – ma non necessariamente in minor numero – i nuovi confuciani. Il dibattito culturale è molto vivace tra gli intellettuali cinesi e all’interno di questi tre mondi ci sono poi tante diverse correnti e sfumature.
Riguardo ai nuovi confuciani, ci sono quelli che sono stati discepoli direttamente o indirettamente dei grandi leader, vissuti poi a Taiwan/ Hong Kong, e che sono sinceri e fedeli seguaci del movimento, e ci sono quelli invece misti, che studiano e apprezzano le idee dei nuovi confuciani ma cercano una via di mezzo, auspicando un marxismo confuciano oppure un confucianesimo un po’ marxista. Ci sono poi, per nominare un gruppo che attualmente si fa sentire, quelli che sostengono il confucianesimo politico.
Leader ideologico del confucianesimo politico è Jiang Qing, che si ispira ai nuovi confuciani della seconda generazione (Mou Zongsan, Tang Junyi, Xu Fuguan), ma dichiara di andare oltre e di colmare una lacuna dei nuovi confuciani. La lacuna sarebbe che i nuovi confuciani in fatto di teorie politiche hanno preso in blocco la filosofia politica del mondo occidentale, ignorando che la Cina confuciana di due millenni or sono aveva una teoria politica confuciana valida da applicare, seppure con qualche piccolo aggiornamento contestuale.

sabato 30 marzo 2013


La Settimana confuciana                           30 marzo 2013
Ieri ho postato nel mio blog un articolo in inglese dal titolo Revisiting Analects 20, in cui discuto il valore dell’ultimo capitolo (il libro ventesimo) dei Dialoghi di Confucio.
Si tratta di un articolo non completamente finito; ma ci ho lavorato ormai per due o tre anni, da quando avevo deciso di mettere per iscritto la mia opinione su questo libro (il 20°) dei Dialoghi. Se c’era una cosa che aveva attirato la mia attenzione era stato lo sfogliare alcuni anni fa un libro che ormai ha fatto epoca: The Original Analects (Columbia University press, 1998), scritto da Bruce Brooks e Taeko Brooks. Gli autori di questo libro - che poi fondarono e dirigono il Warring States Project alla University of Massachussets - presentavano, basandosi su una congerie di dati storici, una nuova disposizione del contenuto dei Dialoghi. I Brooks sono più che convinti che il nuovo ordine dei capitoli e libri dei Dialoghi sia quello giusto. Esso attribuisce poco o nulla a Confucio e divide invece il contenuto in diversi stadi di sviluppo e accumulo graduale della tradizione dottrinale della scuola confuciana, situata nello stato di Lu. In tutto un periodo di oltre duecento anni, fino al 249 av. C., quando lo stato di Lu – e insieme ad esso la scuola confuciana che vi si trovava – fu distrutto dalle armate del potente regno di Chu che puntava a conquistare il nord della Cina.
Questa è la teoria dagli autori stessi definita accretion theory, secondo cui i Dialoghi non sarebbero i detti di Confucio (salvo una minima parte), ma sarebbero un libro accumulatosi progressivamente, secondo le tendenze politiche e culturali delle varie epoche. È una teoria originale e interessante, ma che mi lasciava un po’ titubante, finché trovandomi un po’ di tempo a disposizione, cominciai ad approfondire la cosa. Il fatto che mi lasciava più perplesso era che i Brooks avevano costruito tutta la loro teoria prescindendo dalla logica interna della filosofia confuciana, cosa che secondo me non può essere ignorata.
Per non invischiarmi in uno studio di raggio troppo largo, ho preso come bersaglio il libro 20, che è brevissimo: un paio di paginette. Consultando numerose traduzioni e leggendo il testo in cinese con vari commenti, fra cui in particolare l’esegesi di Qian Mu e Yang Bojun, sono arrivato a farmi un’idea diversa della situazione. I Brooks, sulla scia di alcuni sinologi loro predecessori, e prima ancora di qualche esegeta cinese (in particolare Cui Shu, vissuto nel secolo XVIII), avevano visto l’ultimo libro dei Dialoghi come un aborto di libro, dato che ha solo tre capitoli - contro la media di una ventina degli altri libri dei Dialoghi - e avevano perentoriamente affermato che il libro era stato troncato sul nascere, e che il suo contenuto è insignificante per non dire che fa pietà. La mia conclusione è molto diversa. Secondo me l’ultimo libro è molto ricco di contenuto: vuole esporre le principali idee politiche di Confucio e in fin dei conti è una breve ricapitolazione del contenuto di tutti gli altri libri. Quindi non va declassato, ma approfondito e valorizzato.
Non sto ad esporre qui tutte le idee che esprimo nel mio articolo. Per dirla in breve, alla accretion theory io preferisco non sostenere, ma almeno proporre, una decretion theory. Da principio i vari discepoli di Confucio stilarono delle raccolte dei suoi detti, che poi furono messe insieme. Quella arrivata a noi, in 20 libri, è più breve di altre esistenti (si sa con certezza di una raccolta dello stato di Qi che aveva 22 libri). Secondo me le prove (dati storici) portate dai Brooks sono cucite insieme da troppe congetture, che le rendono poco credibili.
La teoria dei Brooks, nata dal modo di pensare degli Antiquity Doubters di un secolo fa, secondo me farà la fine della critica storica di quegli anni. Si diceva allora che tante cose della dinastia Zhou (1100 circa ~ 249 av.C) menzionate nei Classici confuciani erano inaffidabili, e che le dinastie Shang (circa 1600 ~ 1100 av. C.) e Xia (2205 ~ 1600 av. C) precedenti ai Zhou non erano mai esistite. Poi invece l’archeologia diede ragione a tante cose riferite nei Classici. La scoperta delle rovine di Anyang, l’ultima capitale Shang, fece capire che tale dinastia era veramente esistita. Negli ultimi anni la scoperta di rovine di città precedenti i Shang ha fatto dire agli archeologi che esistono le prove anche dell’esistenza della dinastia Xia.

martedì 12 marzo 2013


Settimana Confuciana                         12 marzo 2013

Il confucianesimo non è un monolito. Confucio era per natura contrario all’arroganza e al dogmatismo (Dialoghi IX, 4). Alla sua morte i discepoli continuarono la sua attività d’insegnamento evolvendosi in otto scuole diverse. Già nei primi secoli della sua esistenza troviamo nel confucianesimo due opposte dottrine in Mencio e in Xunzi. Da un millennio in qua la principale divisione ideologica è stata quella fra i seguaci di Zhu Xi e la scuola di Wang Yangming, sebbene però entrambi si dichiarassero e fossero devoti epigoni di Mencio.
Di fatto negli ultimi secoli c’è stata una prevalenza di adesione alla linea di Mencio e molti hanno parlato di questa dottrina come di dottrina ortodossa nel confucianesimo. Chi criticava gli altri come eterodossi lo faceva vantando la propria appartenenza alla linea ortodossa del confucianesimo, quella risalente a Mencio.
Oggi ho postato un articolo che ho scritto un paio d’anni fa. Risponde a un quesito che tanti si sono posti e che mi ero posto anch’io quando studiavo la storia del pensiero confuciano: se è vero che il neoconfucianesimo non è più confucianesimo, ma una creatura ibrida, una mistura di confucianesimo e buddismo più daoismo. Dai Ming in poi, e fino ad oggi, non pochi hanno criticato il neoconfucianesimo (che in cinese viene chiamato comunemente lixue, o meglio ancora, con nome più completo, songming lixue 宋明理學), definendolo un miscuglio di confucianesimo e buddismo-daoismo, o addirittura un buddismo travestito da confucianesimo. Questo specialmente nel caso della scuola di Wang Yangming.
Mi domandavo se questo fosse vero e allora ho voluto cercare di chiarire la cosa. La migliore risposta l’ho trovata negli scritti di Liu Shuxian e la sintetizzo in questo articolo, con aggiunte e commenti personali.

martedì 5 marzo 2013


Settimana confuciana                          5 marzo 2013

Il Tempio di Confucio di Taipei

Il primo tempio in onore di Confucio fu costruito dal feudatario dello stato di Lu nella capitale Qufu (Shandong) un anno o due dopo la morte di Confucio, in riconoscenza per il contributo culturale e spirituale di Confucio al suo stato. Ai tempi dell’impero (finito nel 1911) ogni città della Cina doveva avere un tempio per i riti in onore di Confucio, norma risalente nientedimeno che al 58 dopo Cristo.

Anche a Taipei c’era un tempio a Confucio, costruito nel 1876, sotto la dinastia Qing. Poi andò distrutto e nel 1930 fu costruito il tempio attuale, non grande, non ricco, semplice ma completo, secondo il normale schema architettonico usato nel tempio di Qufu. Fu costruito da privati, devoti degli ideali di Confucio e in riconoscenza per l’eredità culturale da lui lasciata. In quel periodo Taiwan era colonia del Giappone. Dopo qualche anno il governo giapponese abolì i riti a Confucio e usò il tempio per cerimonie e musiche scintoiste. Alla fine della seconda guerra mondiale Taiwan ritornò alla Cina e il tempio tornò ad essere di Confucio.

La rinascita del confucianesimo si può notare anche nel tempio. Decenni or sono vi andavo spesso e notavo quanto fosse insignificante quell’edificio, dove non si vedeva mai nessuno. C’era solo la tradizionale cerimonia – a cui partecipai anch’io un paio di volte – il giorno del compleanno di Confucio (28 settembre). Un rito che si svolgeva all’alba, anzi iniziava prima che si facesse giorno, presieduto dal sindaco di Taipei o da chi ne faceva le veci, con i ragazzi di una scolaresca della città che eseguivano la famosa danza delle penne di pavone con gli occhi semiaperti per il sonno.

Attualmente il tempio è un’attrazione turistica: ogni giorno c’è un viavai di turisti che girano guardano fotografano. All’entrata un negozio di souvenir e dovunque informazioni e segnaletica ad uso dei visitatori. Ciò che mi ha colpito particolarmente è stato il vedere in un’aula adiacente al tempio una classe numerosa di bambini che recitavano ad alta voce versi dei Dialoghi di Confucio. C’erano dei maestri a dirigerli e a frammezzare il lavoro con giochi e attività varie. Ho notato anche una locandina con i programmi delle attività: non solo la classe per i bambini, ma incontri di adulti, riunioni di associazioni, lezioni di ogni tipo, da ginnastica cinese a filosofia, da calligrafia a giardinaggio, da culinaria salutare a pedagogia.
 

 
 

L’aula principale del tempio di Confucio di Taipei.

(Foto da Wikipedia)

 

sabato 23 febbraio 2013


Settimana confuciana                          24 febbraio 2013

 

Nel mondo occidentale la famiglia è entrata in crisi. Non solo ci sono fenomeni nuovi come le cosiddette unioni di fatto di vario tipo, ma addirittura ci sono persone che auspicano l’abbandono definitivo dell’istituzione della famiglia e quindi del matrimonio come cose inutili e obsolete, se non addirittura dannose.

Dalla piattaforma della cultura confuciana, una posizione ideologica di questo genere pecca di estrema superficialità culturale. Infatti la cultura cinese ha sempre attribuito enorme importanza al li, tradotto spesso con riti. L’istituzione della famiglia, con i riti che la riguardano (vuoi il matrimonio che le norme di comportamento, responsabilità, eccetera), secondo Confucio fa parte integrante dell’esistenza umana.

Zhu Xi ha chiarito anche lui la cosa, quando ha affermato che il principio origine dei riti è il Cielo, mentre le norme pratiche rituali possono venire cambiate: in qualsiasi momento gli uomini possono cambiare i loro rituali.” Il fondamento ultimo dei riti è nientemeno che il volere del Cielo, che ha strutturato il cosmo e il genere umano in un determinato modo da lui voluto.

       Quindi anche nel caso del matrimonio e della famiglia, le norme relative possono essere esaminate, studiate, migliorate, corretti gli abusi e i difetti, ma non cancellate. Quando non esiste più l’istituzione, l’umanità si trova nel vuoto, cioè non è più umanità, si riduce al livello degli animali.

Anche Giambattista Vico (riprendendo un’idea dell’antichità classica) riteneva che la civiltà umana fosse cominciata – come dice il Foscolo - da nozze, tribunali ed are. Togliendo queste cose, la comunità umana si autodistrugge, ritorna allo stato ferino delle origini. Insomma, come implicito nei discorsi confuciani, il li (riti, istituzioni civili) è ciò che distingue l’uomo dagli animali. Senza il li gli esseri umani non sono diversi dalle bestie e non possono certo riuscire a raggiungere la felicità.

domenica 17 febbraio 2013


Settimana confuciana                            17 febbraio 2013

I giorni volano e mi trovo di nuovo all’appuntamento con il mio blog.

Uno dei detti di Confucio che sono più spesso fraintesi è questo:

Zilu domandò come si devono servire gli spiriti e le divinità. Il maestro rispose: ‘Ancora non sei capace di servire gli uomini, come puoi servire gli spiriti?’ Zilu domandò: ‘Posso chiedere cos’è la morte?’ Confucio rispose: ‘Ancora non sai cos’è la vita, come vuoi pretendere di conoscere la morte?’ (Dialoghi, XI, 12)
Siamo nel mezzo di una conversazione fra Confucio e il discepolo Zilu, che avanza due domande. Prima domanda: come si devono servire gli spiriti, cioè quale culto si deve dare agli spiriti (si intende: gli spiriti degli antenati) e alle divinità (o alla divinità: la grammatica cinese non distingue il singolare e il plurale, inoltre in questo momento non prendiamo in considerazione questo problema). La seconda domanda riguarda il problema di cosa è la morte, e cioè di cosa avviene quando uno muore, e di conseguenza, della sopravvivenza dopo la morte, e cioè il problema dell’aldilà.
All’una e all’altra domanda Confucio risponde in modo similare, e cioè a sua volta con un’altra domanda. Si tratta di una doppia domanda retorica: Come puoi pretendere di saper servire gli spiriti se non sei ancora capace di servire gli uomini? Come puoi pretendere di voler sapere cosa c’è dopo la morte se non sai ancora cosa veramente è la vita?
        Le risposte di Confucio sono profonde e provocanti. Siccome anche lui, da comune mortale, riesce a capire ben poco del soprannaturale (divinità) e dell’aldilà (la morte), non dà due risposte positive, risponde con due domande. Sono domande che a sviscerarle producono tante riflessioni. In breve si può dire che Confucio non denigra il valore della ricerca sulla divinità – e non denigra la divinità che è oggetto della ricerca – come non denigra il desiderio di sapere qualcola dell’aldilà.
        Confucio si limita a mettere uno di fronte a una priorità. L’essere umano ha dei sentimenti e dei doveri che sgorgano dalla sua natura. Prima deve ascoltare quelli, approfondirli e seguirli. Una volta che ha fatto questo, potrà permettersi di approfondire e capire – e arriverà ad approfondire e capire - qualcosa riguardo all’aldilà e alla divinità. I sentimenti e doveri riguardano l’uomo e cioè hanno a che fare con la vita normale quotidiana e i rapporti etici con genitori, fratelli, amici.

sabato 9 febbraio 2013

Settimana confuciana                                  8 febbraio 2013
Ieri mi è capitata fra le mani una foto che da vari anni non vedevo. Si tratta della foto di un monumento che si trova in Giappone, a Fukuoka, nel tempio Kinryu. È il monumento a Kaibara Ekken, un letterato confuciano di secoli fa.
Il monumento rappresenta lui seduto (evidentemente non su una sedia, ma su un tatami) con la spada di samurai accanto alle ginocchia; davanti un semplice tavolino; sul tavolino una pila di libri, l’inchiostro e il pennello per scrivere.
Kaibara Ekken o Ekiken (1630-1714) è nato a Chikuzen, nei pressi di Fukuoka (Kyushu), figlio di un medico personale del daimyo locale. A 26 anni fu mandato a Tokyo a studiare medicina, ma due anni dopo si spostò a Kyoto per studiare il confucianesimo sotto due illustri maestri (Kinoshita Jun’an e Nakamura Teisai) seguaci di ZhuXi.
Verso i trentanni si mise a propagandare le dottrine di Zhu Xi, scrivendo numerose opere di divulgazione. Fu il primo a pubblicare i classici confuciani (e anche antologie degli scritti di Zhu Xi) nella scrittura giapponese, anziché in caratteri cinesi. Fra i tanti confuciani del periodo Tokugawa Kaibara Ekken fu sicuramente uno dei più prolifici di scritti e dei più impegnati nella sua opera educativa. Seppe adattare l’etica confuciana alla psiche dei giapponesi. Lui propagava uan spiritualità di tipo confuciano e anche applicava il confucianesimo alla vita pratica della gente, scrivendo norme e consigli per i giovani, per le donne, per il cittadino. Anche in economia lui sapeva dare consigli, incoraggiando i feudatari a limitare le spese. Ricordava loro che le terre erano limitate e di conseguenza anche la produzione agricola; per cui onde il cibo potesse bastare a tutti, si dovevano evitare gli sprechi.
Kaibara Ekken nei suoi scritti lasciava un po’ da parte le preoccupazioni metafisiche e cosmologiche della filosofia di Zhu Xi e puntava invece sugli insegnamenti etici e psicologici di vita pratica. Era quindi un confuciano particolarmente interessato al cosiddetto practical learning (jitsugaku). Okata Takehiko, un confuciano dei nostri tempi, morto pochi anni or sono, così definiva il lavoro compiuto da Kaibara Ekken: “La gamma di interessi del jitsugaku di Kaibara Ekken era davvero strabiliante; comprendeva un po’ tutto, dalla pratica dell’etica alle buone maniere, alle istituzioni, linguistica, medicina, botanica, zoologia, agricoltura, produzione industriale, tassonomia, igiene alimentare, giurisprudenza, matematica, musica e tattica militare.”
Ekken è rimasto famoso specialmente per i suoi manuali di condotta, che traducevano l’etica confuciana nella vita pratica quotidiana dei giapponesi, come i Precetti sulle usanze giapponesi per i bambini (Wazokudōjikun), Precetti per i samurai (Bukun), Precetti sulla Vita Famigliare (Kadōkun), Grande Sapere per le Donne (Onna daigaku), Precetti per la vita quotidiana in Giappone (Yamato zokkun). Quest’ultimo libro è un trattato eticoreligioso che discute il metodo di disciplina morale e spirituale necessario per la pratica della coltivazione morale (cioè il learning of the mind-heart, in giapponese shingaku). L’incipit di questo libro suona così: “I saggi hanno insegnato nel Libro dei Documenti che il cielo e la terra sono i genitori di tutte le cose e che gli esseri umani sono lo spirito dell’universo...Gli esseri umani ricevono l’energia vitale più pura e per questo superano tutte le altre creature...Essi ricevono una natura che consiste in cinque virtù (benevolenza, rettitudine, deferenza, saggezza e lealtà), per cui la loro mente-cuore è la mente-cuore del cielo e della terra....Il cielo e la terra danno la vita e il nutrimento a tutte le cose, la profonda compassione con cui trattano gli esseri umani è diversa dagli uccelli e dagli animali, alberi e piante. Quindi gli esseri umani sono fra tutte le cose i figli dell’universo. Per questo gli esseri umani hanno il cielo e la terra come loro madre e ricevono la loro grande bontà. Per questo la Via dell’uomo è di servire sempre il cielo e la terra.”
Una bella presentazione in inglese di questa grande figura di confuciano si trova in:
Mary Evelyin Tucker, Moral and Spiritual Cultivation in Japanese neo-Confucianism: the Life and Thought of Kaibara Ekken (1630-1714), State University of New York Press, 1989.